Un periodo

Un periodo strano, questo. Un periodo che ascolto un sacco di musica, che avevo smesso di ascoltare la musica; un periodo che guardo una serie tv, che era circa un anno che non guardavo una serie tv; un periodo che devo fare una colonscopia, che io non l’ho mai fatta, una colonscopia. Un periodo che ho finito un libro di Baldini, si chiama Intercity, che è uno dei libri più belli che ho letto, da quando leggo dei libri. Un periodo che voglio cambiare casa, un periodo che ho sempre freddo, un periodo che ho ricominciato a fare yoga, un periodo che adesso penso a una ragazza, che prima avevo smesso di pensarla; un periodo che le giornate si allungano, mi sembra, un periodo che mio babbo s’incanta a guardare la tovaglia, un periodo che ho riletto un racconto di Violante che parla di sua sorella, un periodo che mi sono accorto che sto meglio quando scrivo di un altro, molto diverso da me. Un periodo che certe sere, mentre vado in macchina, mi vedo in terza persona, fuori dalla mia vita. Un periodo strano, dicevo. Magari è solo un periodo.

Natura naturale

Vorrei aggiungere che la nostra diffidenza culturale nei confronti di qualcosa che pure continua ad affascinarci si fonda su due goffe tautologie: che la realtà sia realistica e che la natura sia naturale. La realtà include, dovete ammetterlo, i sogni, i numeri del lotto e il grande amore: quanto alla natura, non posso non pensare che esseri come la zebra – questa irriverente ed arcaica parodia della Juventus – come le farfalle, i pavoni, il colibrì, le lumache, siano nati dalla creatività di una natura per nulla interessata ad essere naturale.

da Ufo e altri oggetti non identificati
di Giorgio Manganelli
(Mincione, 2015)

La gomma

Se ci fosse una gomma da cancellare, una gomma
da inchiostro, non da lapis, o se no
con una macchina da scrivere, battere xxx,
o, per far meglio, xyxy,
o, per fare ancora meglio, mnmn,
che si fa poco mn, ma cancella,
porca masola, che non si capisce più niente,
o addirittura, meglio di tutto, ma non ce l’ho,
un computer ci vorrebbe, che basta un tasto,
e sparisce tutto, senza un cancellotto, tutto bianco,
come non fosse successo niente,

perché io nella mia vita gli sbagli che ho fatto.

da Intercity
di Raffaello Baldini
(Einaudi, 2003)

Compatire

Amare è come se significasse essere destinate alla poesia e alla virtù. Ma di questo sentimento sono capaci in pochissimi. Le nostre contadine, invece della parola amare, usano la parola compatire. Non dicono: mi ama, dicono: mi compatisce. Secondo me è molto meglio, è una definizione più semplice. Amare-compatire significa amare in senso quotidiano.

da A proposito della sonata a Kreutzer
di Nikolàj Leskóv
(Marcos y Marcos, 2016)

Come i capelli

‘E chi è mai questo su cui tu conti tanto?’
‘Il fabbro Marój’ aveva risposto Lukà.
‘Quel vecchietto?’
‘Sì, non è giovane’.
‘Ma non era uno stupido?’
‘Non ci serve il suo cervello, e di spirito è un uomo nobile’.
‘Che spirito può avere un uomo stupido?’
‘Lo spirito, signore’ aveva detto Lukà ‘non dipende dall’intelligenza: lo spirito alita in chiunque ed è come i capelli, che su qualche testa sono lunghi e abbondanti, e su qualche altra son pochi’.

da L’angelo sigillato
di Nikolàj Leskóv
(Marcos y Marcos, 2016)

In una falegnameria

Dopo lo yoga, mentre facevo la doccia, mi è venuto in mente l’anno scorso, di questi tempi, quando andavo a yoga, a Bologna, dentro un piccolo teatro in Via Santo Stefano. Mi ricordo che prima di andarci mi preparavo la pasta fredda, e finita la lezione andavo a casa di Eva, che abitava in Via Santo Stefano, e mangiavo lì. Eva si faceva una tisana, la mia pasta non la voleva. Dopo chiacchieravamo, o facevamo l’I Ching, o le facevo le trecce, o litigavamo, poi ascoltavamo la musica classica su Radio 3, stesi a letto, col suo gatto bianco, oppure uscivamo. Mi ricordo che una volta siamo entrati in una falegnameria, il motivo però non me lo ricordo. Poi mi ricordo un giorno che aveva nevicato, e fare yoga con la neve alle finestre, dentro il teatro, era stata una cosa unica. Mi ricordo che dopo, a casa di Eva, avevamo ascoltato Čajkovskij e c’eravamo addormentati con la finestra aperta.

Un buon modo

Oggi ho ricominciato con lo yoga. Sono andato da una ragazza che si chiama Angela. Ha un appartamento vecchio, in centro, tutto adibito per lo yoga. Stanze dove brucia l’incenso, simboli appesi alle pareti, lampade di sale, tappetini con cuscini e coperte. Angela mi ha detto che è tornata a Santarcangelo dopo tanti anni… È bravissima a fare yoga. Non mi aspettavo di trovare un posto così bello, a Santarcangelo, dentro un appartamento. Mi fa sempre piacere conoscere delle persone così, come Angela, che se ne sono andate, hanno raccolto e poi sono tornate qui. Per un po’, magari. È un buon modo di fare le cose, mi sembra. Stasera sto bene. Mi è mancato tanto fare yoga.

Cane nuovo

L’altra sera sono andato a casa di un mio amico. Questo mio amico adesso ha comprato un cane nuovo. Prima ne aveva un altro, identico, che però è morto. C’era anche una mia amica, a casa del mio amico. Per la maggior parte del tempo il mio amico e la mia amica hanno coccolato il cane. Il mio amico lo chiamava Bellezza, il suo cane. La mia amica gli faceva le vocine, al cane, occhi negli occhi. Io, l’unico pensiero che avevo in testa, era: sei qui, porta pazienza. Prima che ci torno ancora, a casa del mio amico…

Un vestito

C’è quel punto della storia, nel film di Cenerentola, quando la fata madrina trasforma il vestito di Cenerentola da rosa ad azzurro, che non so per quale motivo, ma m’è venuto da piangere.

In due

Lo dico sempre anch’io, in due è il massimo,
per stare insieme, se vuoi stare insieme, in dieci, in venti,
come fai a stare insieme?
la gente invece gli piace d’essere in tanti,
«Eravamo un trentina,
senza contare i bambini», e sono contenti,
«Stiamo insieme»,
che non vuol dire niente, starai attaccato, non insieme,
più siete e peggio è,
stare insieme è un’altra cosa, non te n’accorgi?
no, non se n’accorgono,
per loro, essere in pochi è come non esserci, loro
hanno bisogno d’essere in molti, in cento, in mille,
in diecimila, in centomila,
che io, ci sono stato anch’io,
per San Martino, alla festa della Pieve,
mangiare, bere, canti, ridi, urli,
perché devi urlare, è tutto un urlío,
se no non ti senti, e per loro è allegria,
che era un casino, e io lì zitto in mezzo,
cosa vuoi che ti dica, mi pareva, ma davvero,
d’essere solo,

invece in due, tu e lei, la sera, in casa,
a un certo momento spegni la televisione,
chiacchieri un po’, lei va di là, torna,
sorpresa! due gelati,
vuoi crema o cioccolato?
poi ogni tanto si esce, si va nei posti,
a mangiare fuori, al cinema,
il cinema è una roba,
come da bambini le favole,
si sta tutti lì a sedere, zitti, incantati,
se ti viene delle volte da dir qualcosa, dietro
c’è sempre uno che protesta: ssst! silenzio!
poi Fine, si accendono le luci,
è come svegliarsi, ti alzi, e basta un niente,
che le tieni il cappotto, che se l’infila,
che la stringi, non molto, solo sentirla.

da Intercity
di Raffaello Baldini
(Einaudi, 2003)