La pista di pattinaggio

Poi sono andato a Riccione. Il viale Ceccarini era deserto e grigio, stava per fare buio ma i lampioni erano ancora spenti. C’era un accenno di nebbia. Cinque operai stendevano un telo di plastica bianco sopra delle assi di legno. Stavano montando la pista di pattinaggio. La fanno per il lungo, a Riccione, su viale Ceccarini. Tra gli operai, tutti col giacchetto giallo fosforescente e la berretta in testa, ce n’era uno che veniva all’asilo con me. Gli altri erano africani. Quando l’ho riconosciuto, mentre lavorava, ho avuto piacere.

Siamo questi

Guarda te come va a chiudersi questa giornata, ho pensato. Sono così, le mie giornate.
Anni fa, allo stadio, avevo visto l’allenatore del Cesena, Mr Pierpaolo Bisoli, recarsi sotto la curva per dare spiegazioni alla tifoseria. Eravamo ultimi in classifica e gli ultras erano indignati, infamavano i giocatori con fischi e cori tipo: «A lavorare, andate a lavorare, a lavorare… Andate a lavorare». Mr Bisoli era arrabbiato con loro, perché la tifoseria avrebbe dovuto sostenere i giocatori in ogni caso, non umiliarli. «Siamo questi!», urlava Bisoli. «Dobbiamo salvarci con questi, siamo questi!».
Ecco, sono queste le mie giornate. Devo vivere con queste, sono queste!

Non mi pareva esistessero le parole

Forse avete capito tutto un po’ troppo in fretta; come biasimarvi? Si ha la tendenza a inserire ogni nuovo rapporto altrui in categorie preesistenti. A riconoscere i tratti generici e comuni; al contrario i partecipanti vedono e sentono solo quanto risulta loro unico e speciale. Dall’esterno commentiamo: quanto è prevedibile! E loro invece: quanto è sorprendente! Una delle cose che pensai a proposito di Susan e me – allora e oggi, di nuovo, dopo tutti questi anni – è che non mi pareva esistessero le parole per descrivere il nostro rapporto; non all’altezza, perlomeno. Ma forse è un’illusione condivisa da tutti gli amanti, quella di sfuggire a qualunque categoria e definizione.

da L’unica storia
di Julian Barnes
(Einaudi, 2018)

Una scala

Mentre tornavo a casa, ho visto un africano che armeggiava con una scala. Era sul marciapiede. Mi sembrava molto pericoloso. Anche gli alberi, col vento, mi sembravano molto pericolosi.

Michela Murgia

Meno male che mi ha scritto Violante. Secondo lei, che io mi tagli i capelli o no, non cambia. «Alle ragazze non frega niente del taglio che si fa un maschio, a meno che non sia per accalappiare uno status di un certo tipo: il modaiolo, il figo, l’intellettuale. Allora il maschio risulta ridicolo e disprezzabile», mi ha scritto.
Le ho detto che gira su internet il test di Michela Murgia, che ti dice quanto sei fascista. Violante mi ha risposto: «Non sapevo esistesse una porcata del genere, ma d’altra parte lei è una cessa e per disorientare la gente racconta stronzate più distruttive dalla sua oscena immagine».
Ha sempre ragione, Violante, sempre.

Lacrimare

Quando ho sonno mi lacrimano gli occhi. Mi piace, quando mi lacrimano gli occhi. Però mi dimentico, che mi piace. Perché non ci penso. Mentre lacrimano, penso ad altro. Invece adesso, ah, adesso ci penso. Che bello, lacrimare così. Bellissimo.

Gusto legno di sandalo

Ho telefonato a Violante. Dovevamo parlare dell’incenso che ho comprato. «Gusto legno di sandalo», le ho detto. Poi Violante ha spostato il discorso sul dentifricio. «Dì a tua mamma di prendere il BioRepair», mi ha detto. «È il migliore: ha delle particelle che limano la dentina e si attaccano alle zone in cui lo smalto dei denti è lesionato». Io le ho detto che l’incenso che ho comprato è senza prodotti chimici. «Ma sei sicuro?», mi ha chiesto. «È quello che usava la mia coinquilina», le ho detto. «Ah allora!», ha detto Violante. «Era sagittario la tua coinquilina, vero? Mia nonna, quella deficiente stronza che non gliene frega un cazzo di me, anche lei è sagittario».

Lavarmi i piedi lì, nella filosofia

Ultimamente sbaglio a parlare. Ad esempio, di una cosa che non approvo, dico «Mi fa cagare». Mi si sta semplificando il lessico. Sono diventato più scemo, vagabondo nel cercare di dire le cose. Le dico riconducendole all’estremo. È un male, questo.
Adesso che mi si sono accorciati i pensieri, vedo la luce nelle cose da niente. Che è sbagliato. È un autocompiacimento. Una volta non ero così. Se mi vien da pensare «Oh che bello», dovrei subito mettermi sull’attenti, perché mica è vero. Ma se non è vero, perché lo sento? Ho talmente la testa schiacciata che non vedo soluzioni.
Mi autoparlo. Quanto sono indispensabile io per l’esistenza… Invece non servo a niente. Mi spavento, a essere così rincoglionito. Come son messo? Dovrei cercare nuovi anticorpi, magari nella filosofia. Lavarmi i piedi lì, nella filosofia.
O leggere più romanzi. Insomma, mi serve un estintore per sfiammare la cretinaggine. Sto anche scherzando, al venti percento della cosa. Adesso mi accorgo che ho celato troppo l’ironia. Ho sbagliato tutto anche stavolta.

Perfetto

Violante mi aveva avvisato: «Stasera ti chiamo». «Perfetto», le avevo detto. Erano le undici e non chiamava. Era mezzanotte e mezza, e non chiamava. Ero andato a letto. Alle tre mi ero svegliato. Mi era arrivato un suo messaggio, diceva: «Dormi?». «Sì», le avevo risposto, e mi ero rimesso a dormire.
Dopo, era squillato. Erano le quattro meno dieci. Era Violante che mi chiamava. L’ho messo silenzioso e ho continuato a dormire.
Stamattina, appena sveglio, avevo paura. C’era un suo messaggio, infatti. «Quando mi uccideranno saprò chi non chiamare», diceva. «Dormivo», le ho risposto. «Vabbè, ho compreso il senso», mi ha scritto lei. «Non ho compreso cos’hai compreso», le ho scritto. Non mi ha più risposto.

Per fortuna

Fuori di casa temevo d’incontrare una ragazza che conosco. Non so perché mi sia venuta in mente, appena uscito. Non c’era motivo, non poteva essere lì, eppure avevo paura che spuntasse da un momento all’altro. Per fortuna, non l’ho incontrata.