Uomini impacciati

« […] Oh, come sono noiosi questi uomini impacciati! Bisogna dire tutto e fare tutto da sé. Non ti aiutano mai. Perché, per esempio, non mettete il braccio sulla spalliera della mia sedia? Potete farlo senz’altro. L’idea poteva venire anche a voi. Quando dico queste cose, spalancate gli occhi come se non credeste alle vostre orecchie. Sì, è proprio vero, l’ho osservato più volte. Ecco, anche adesso lo fate. Non mi verrete a contare che siete sempre così ingenuo. Salvo che talvolta vi manca il coraggio. […] ».

da Fame
di Knut Hamsun
(Adelphi, 1974)

Difendere il tempo

È la terza volta che vado a comprare i Lego per Haoran. Costano parecchio, mi sono accorto. Però è come se comprassi qualcosa per me, perché dopo li montiamo insieme. Io gli devo trovare i pezzi, lui li incastra e gira le pagine del libretto. Ha una gran fretta di arrivare alla fine, non si tiene. Anch’io da piccolo ero così, me lo ricordo. Invece adesso rallento apposta, quando cerco i pezzi per Haoran, quelli piccolissimi, faccio finta di non trovarli, così ci mettiamo di più. Mettermi a difendere il tempo, io, che son sempre stato impaziente di tutto, non pensavo che sarebbe successo. Invece è successo.

Infine

«Ma che cosa devo fare?» mi domandai infine. E pestando furiosamente i piedi ripetei: «Che cosa?». Un signore che passava mi rispose sorridendo: «Voi dovreste andare a farvi mettere in galera».

da Fame
di Knut Hamsun
(Adelphi, 1974)

Qualcosa per dopo

Con l’aiuto degli uomini e di altri elementi
il tempo si è dato un gran da fare intorno a lei.

Dapprima l’ha privata del naso, poi dei genitali,
quindi delle dita di mani e piedi,
col passar degli anni di un braccio e poi dell’altro,
della coscia destra e di quella sinistra,
di dorso e fianchi, di testa e natiche,
e quei pezzi li riduceva in
calcinacci, ghiaia, sabbia.

Quando muore così qualcuno vivo,
molto sangue sgorga a ogni colpo.

Le statue di marmo tuttavia muoiono in bianco
e non sempre del tutto.

Della statua in questione si è conservato il busto
ed è come un respiro trattenuto nello sforzo,
poiché adesso deve
attirare
a sé
tutta la grazia e la gravità
di quanto si è perduto.

E questo gli riesce,
questo ancora gli riesce,
riesce e affascina,
affascina e dura –

Anche il tempo qui merita una menzione di lode,
poiché ha smesso di lavorare
e ha lasciato qualcosa per dopo.

da Statua greca, in Due punti
di Wislawa Szymborska
(Adelphi, 2006)

Disattenzione

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
oppure
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

da Disattenzione, in Due punti
di Wislawa Szymborska
(Adelphi, 2006)

La brevità del testo

Succede che l’altra mattina, erano le sei e venti, ho sentito Haoran che mi chiamava dal terrazzo, «Luca! Luca!» Io ero sul divano, dormivo, però la sua voce mi era entrata nel sonno, diceva: «Luca ciao, vado Cina io». Dopo, mi era presa una botta di sconforto, enorme, per non essermi alzato a salutarlo; sarebbe stato via per un mese e più, come tutte le estati. Invece quand’ero tornato a casa, la sera, Haoran era sul suo terrazzo, mangiava un cornetto. Gli ho chiesto: «Ma non sei andato in Cina?». «Mi sono sbaiato. Sono andato Milano». Poi succede che mi ha scritto la direzione editoriale di Mondadori: «Gentile Luca Tosi, abbiamo ricevuto e letto con interesse il suo romanzo, che ci ha favorevolmente impressionato. In modo particolare il tono e il ritmo della scrittura ci sono sembrati appropriati alla quotidianità della storia raccontata. Purtroppo però i nostri programmi editoriali e, soprattutto, la brevità del testo non ci consentono al momento di prenderlo in considerazione per una eventuale pubblicazione. Rimaniamo però disponibili, per il futuro, a leggere gli altri suoi lavori, magari più strutturati e articolati, che vorrà sottoporci.» La brevità del testo, ho pensato, ve’ cosa mi scrivono: io lo sapevo che con un racconto lungo, o un romanzo breve, quello che è, non si va da nessuna parte. Poi succede che niente, lavoro molto, cerco un bilocale. Poi che mi è calata la vista, vedo dei puntini neri qua e là, macchioline che si spostano, come moscerini; una mia amica oculista ha detto che è questione di collagene, quando s’invecchia è normale. Poi mi bussa forte il cuore, a certi orari, e io sobbalzo sulla sedia; ammetto che un po’ mi spavento, mentre leggo o scrivo, però mi ricorda che ci sono; tutto sommato, sono durato anche abbastanza, 28 anni, mica è poco.

Sediolona

Mi stendo su questa sediolona, in studio; sto d’una scomodità che in piedi si legge meglio, piuttosto che seduti su questa roba larga, ferrosa, da ospiti di un commercialista. Cerco di trovare una posizione, tutto storto. Mi accetto. E dopo, quando decido di alzarmi, mi sembra di essere stato così forte, a star su, e di aver fatto la cosa più giusta che potessi fare, al mondo.

I libri degli altri

Domani alle 16,30 circa, se ho capito bene, dovrei essere su Radio Roma Capitale, m’intervistano. Non parlerò di cose mie ma del lavoro del ghostwriter e di cosa vuol dire oggi fare i libri degli altri.

Riposo

La scorsa settimana è morto un ragazzo, si chiama Matteo. Da quando era bambino, è sempre andato a tagliarsi i capelli da mio babbo. Se li è tagliati, per l’ultima volta, qualche giorno prima di morire. Mio babbo mi ha raccontato che Matteo gli aveva detto: «Voglio farmi i capelli rosa.» Allora lui gli ha mostrato tutte le varianti di colore, i prodotti che si potevano usare, e alla fine Matteo aveva detto: «No, scherzavo.» Che abbia cura del suo riposo.

Succede che

Succede che bevo, come minimo, me lo sono imposto, 3 litri d’acqua al giorno. Succede che oggi, un agente letterario che si è preso la briga di occuparsi di me, parla con quelli della Voland, per convincerli a comprare il mio romanzo breve, che poi è un racconto lungo, non è la stessa cosa. Succede che, sia io che questo agente, sappiamo che non ci riuscirà. Succede che devo correggere tante pagine, che devo scrivere tanto, per altri. Succede che mi piace un sacco fare le fatture, attaccare la marca da bollo, ricevere i bonifici, proprio bello. Succede che da domani avrò un ufficio, tutto mio, a Santarcangelo. Succede che sono tre notti che dormo sul divano perché c’è più fresco. Succede che oggi Valentino è caduto al primo giro, e io ero andato a scommettere dieci euro che vinceva. Succede che adesso mi rimetto a lavorare, altrimenti poi le fatture non le faccio, e i bonifici non arrivano.